ADHD e neurodiversità
[vc_row full_width="stretch_row" css=".vc_custom_1748902110202{margin-bottom: 80px !important;padding-top: 80px !important;padding-bottom: 60px !important;background-image: url(https://pecom.frigeri.net/wp-content/uploads/2025/06/ai-generated-8616311_1280.jpg?id=11716 !important;background-position: center !important;background-repeat: no-repeat !important;background-size: cover !important;}" woodmart_parallax="0" woodmart_gradient_switch="no" row_reverse_mobile="0" row_reverse_tablet="0" woodmart_disable_overflow="0" woodmart_css_id="683e1ff12e22a" responsive_spacing="eyJwYXJhbV90eXBlIjoid29vZG1hcnRfcmVzcG9uc2l2ZV9zcGFjaW5nIiwic2VsZWN0b3JfaWQiOiI2ODNlMWZmMTJlMjJhIiwic2hvcnRjb2RlIjoidmNfcm93IiwiZGF0YSI6eyJ0YWJsZXQiOnt9LCJtb2JpbGUiOnt9fX0=" mobile_bg_img_hidden="no" tablet_bg_img_hidden="no" woodmart_box_shadow="no" wd_z_index="no"][vc_column css=".vc_custom_1702995637959{padding-top: 8% !important;padding-right: 40px !important;padding-bottom: 8% !important;padding-left: 40px !important;}" woodmart_parallax="0" parallax_scroll="no" woodmart_sticky_column="false" woodmart_css_id="6581a695ed738" wd_collapsible_content_switcher="no" wd_column_role_offcanvas_desktop="no" wd_column_role_offcanvas_tablet="no" wd_column_role_offcanvas_mobile="no" wd_column_role_content_desktop="no" wd_column_role_content_tablet="no" wd_column_role_content_mobile="no" mobile_bg_img_hidden="no" tablet_bg_img_hidden="no" woodmart_box_shadow="no" responsive_spacing="eyJwYXJhbV90eXBlIjoid29vZG1hcnRfcmVzcG9uc2l2ZV9zcGFjaW5nIiwic2VsZWN0b3JfaWQiOiI2NTgxYTY5NWVkNzM4Iiwic2hvcnRjb2RlIjoidmNfY29sdW1uIiwiZGF0YSI6eyJ0YWJsZXQiOnt9LCJtb2JpbGUiOnt9fX0=" mobile_reset_margin="no" tablet_reset_margin="no" wd_z_index="no"][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][woodmart_title align="left" size="large" woodmart_css_id="683e173290a4d" title="ADHD e neurodiversità: disturbo o modo diverso di pensare?" responsive_spacing="eyJwYXJhbV90eXBlIjoid29vZG1hcnRfcmVzcG9uc2l2ZV9zcGFjaW5nIiwic2VsZWN0b3JfaWQiOiI2ODNlMTczMjkwYTRkIiwic2hvcnRjb2RlIjoid29vZG1hcnRfdGl0bGUiLCJkYXRhIjp7InRhYmxldCI6e30sIm1vYmlsZSI6e319fQ==" wd_hide_on_desktop="no" wd_hide_on_tablet="no" wd_hide_on_mobile="no"][vc_column_text css="" woodmart_inline="no" text_larger="no"]Un invito alla riflessione a partire dal punto di vista del Prof. Edmund Sonuga-Barke
Autrice: Dott.ssa Ilaria Obbili, Psicoterapeuta – Direttrice Sanitaria Ambulatorio Fachambulanz PECOM – Bolzano (Trentino Alto Adige)
Negli ultimi anni, il dibattito scientifico e culturale sull’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) si è arricchito di nuove voci e prospettive. Sempre più esperti propongono una lettura nuova, più ampia e meno stigmatizzante, che lo colloca all’interno del concetto di neurodiversità. Tra queste, spicca il pensiero del Prof. Edmund Sonuga-Barke, docente di psicologia dello sviluppo presso il King’s College di Londra e tra i massimi esperti internazionali del funzionamento ADHD.
Secondo Sonuga-Barke, l’ADHD non è solo un disturbo neuroevolutivo, ma anche un’espressione naturale della diversità del cervello umano, un diverso modo di pensare, agire e reagire al mondo.
Questa prospettiva non nega la presenza di difficoltà reali e invalidanti, ma invita a considerare anche i punti di forza che spesso accompagnano questo profilo neurodivergente: creatività, intuizione, energia, pensiero divergente.
Un paradigma in trasformazione
In una delle sue pubblicazioni fondamentali, Sonuga-Barke scrive:
“Rather than seeing ADHD solely as a neurodevelopmental disorder, it may be more fruitful to conceptualise it within a framework of neurodiversity, where cognitive styles are viewed in terms of both challenges and strengths.”
— Sonuga-Barke, E. J. S. (2020). Editorial: ADHD and the rise of neurodiversity. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 61(6), 681–682. https://doi.org/10.1111/jcpp.13209
Questa riflessione si inserisce in un movimento più ampio che chiede alla società — e in particolare ai sistemi educativi, sanitari e lavorativi — di ripensare i concetti di normalità e adattamento, includendo la variabilità neurologica come componente naturale dell’essere umano.
Lo stigma del termine “disturbo”
Definire l’ADHD come “disturbo” ha certamente un valore clinico e diagnostico: aiuta a dare un nome alla sofferenza, di accedere a percorsi terapeutici e di ottenere supporto. Tuttavia, il rischio è quello di ridurre una persona alla sua diagnosi, generando autostigma, insicurezzan e marginalizzazione.
Aprire il dibattito sul significato di “disturbo” è oggi quanto mai necessario. Non per negare le difficoltà, ma per promuovere una visione più ricca, rispettosa e completa dell’individuo.
ADHD e neurodiversità: una realtà che ci riguarda tutti
Come professionisti, neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori, genitori, cittadini, siamo chiamati a chiederci:
- L’ADHD è davvero solo un disturbo?
- Oppure è anche un modo diverso di essere nel mondo, che chiede comprensione, adattamento e valorizzazione?
- Come possiamo modificare i contesti — scuola, famiglia, lavoro — per renderli più inclusivi verso le persone neurodivergenti?
La neurodiversità è una realtà che ci riguarda tutti. Aprire spazi di confronto su questi temi significa mettere in discussione modelli rigidi e costruire insieme una cultura più accogliente e plurale.
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]



